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9
OTT
2011

SANTIAGO NON E' POI COSI' LONTANA

Come ogni posto sembra distante solo prima che inizi a camminare e diventa irraggiungibile solo quando rinunci a farlo.

       Santiago non è poi così lontana.

Come ogni posto sembra distante solo prima che inizi a camminare e diventa irraggiungibile solo quando rinunci a farlo.
 
Se invece s’intraprende il cammino con animo sereno, senza fretta, con mente libera e l’umiltà del pellegrino, la meta non è più così importante e giungere infondo non è più lo scopo preminente.  Ogni passo impresso nel fango, nella roccia o sull’asfalto, ogni goccia che scende sul viso, sia essa lacrima o sudore, ogni odore che percuote le narici, che sia il profumo di un fiore, puzza di vacca o fragranza di pane appena sfornato; ogni suono di campana, sibilo di vento, canto d’uccello, sciacqìo di torrente, sparo, tuono o grida di bambino, ogni carezza, ogni spinta, ogni abbraccio, ogni massaggio, ogni stretta di mano; ogni sorriso spontaneo, ogni sguardo stanco, ogni smorfia di dolore, ogni parola detta (anche se non ascoltata), ogni parola ascoltata (anche se non capita), ogni parola capita (anche senza risposta);  ogni cortesia offerta, ogni gentilezza ricevuta, ogni interessamento sincero, ogni condivisione del poco, ogni sacrificio sopportato, è già abbastanza; ogni piccola sensazione che l’animo riesce a percepire vale 10, 100, 1000 volte la meta. 
 
 
Certo, arrivati a Santiago tutto assume un senso compiuto: la cattedrale, la Compostela, la messa, il bota fumeiro, l’abbraccio a San Giacomo, la piazza sterminata senza panchine, in cui sedere a terra significa sposare la misera condizione del pellegrino; sentire il profumo dell’ incenso portato da casa (e custodito amorevolmente lungo tutto il tragitto), che si spande tra le navate della cattedrale stracolma di pellegrini, vedere la commozione negl’occhi di tutti noi, credenti, atei e confusi, assaporare la consapevolezzane piena che resteremo fratelli per sempre, ha marchiato a fuoco il ricordo di questo viaggio.
 
Infine a Finis Terre, (“alla fine di munne”) lanciare lo sguardo all’orizzonte nell’azzardo puerile di farlo giungere al di la del mare e vederlo piombare di lì a poco nelle acque gelide dell’oceano.
 
 
Fermarsi sulle rocce a strapiombo e consumare allo stato brado l’ultimo pranzo, prima di bruciare i nostri cimeli. Nel fuoco sono finiti cappelli di paglia, bacinelle, bastoni e calzini insieme a paure, problemi, malattie, sofferenze, rimpianti, rimorsi, esperienze dolorose, brutti ricordi, cattive emozioni e stati d’animo da distruggere nelle fiamme purificanti dell’oblio.
 
Tornati a casa nulla è stato più come prima, ognuno a suo modo è diventato qualcos’altro, ognuno ha fatto le sue promesse, ognuno ha ammesso i suoi errori, ognuno ha individuato un nuovo cammino o quanto meno una deviazione sul tragitto della propria esistenza. Cosa è accaduto all’uomo? E’ così magica l’atmosfera di quelle terre? È la fede che ha rischiarato le menti? È la sofferenza che ci rende più umani? Difficile a dirsi, ognuno ha il suo perché, ognuno la sua risposta, ognuno la sua verità.