Escursionismo - Le classiche
Fortificazioni sommitali del Monte Serra

Si possono raggiungere, con qualche fatica, i resti di queste importanti fortificazioni della normanna contea di Celano partendo da Casalmartino, lungo la strada per Ovindoli: da qui si sale, sulla destra, per il sentiero del Fosso di Curti e Calcare fino a raggiungere la quota 1166 dove su un puntone roccioso emergente si vedono i resti di una torre-cintata di avvistamento; sulla destra la bella cascata di "Cascalacqua" dovuta al percorso del medievale rivum Cortinum. Superato il primo balzo si prende il sentiero di crinale di Serra dei Curti fino a raggiungere la quota 1923 segnalata dalla croce di ferro. Qui per circa 200 metri si sviluppa una recinzione fortificata di crinale, con spessore murario di 90 cm., che segue fedelmente l'orografia del luogo con tre torrette rompitratta quadrate (m. 4 X 4) e torre-mastio terminale rettangolare (m. 7 X 4). Quest' ultima si trova, a differenza delle altre poste sul crinale, in posizione più bassa, sul pendio sotto la croce e rivolta verso Celano. Quindi la posizione delle torrette e della torre sommitale e indice che le fortificazioni furono create per controllare direttamente le sottostanti fortificazioni del primitivo castello-recinto di Celanum agli inizi del '200.

Di queste fortificazioni, probabilmente apprestate dal conte di Celano e Albe Pietro Berardi, abbiamo informazioni dall'anno 1221, anno in cui sappiamo che appartenevano a Tommaso conte di Celano e Molise ("Serram Celani"). Nel 1223 furono consegnate da Tommaso a Federico II insieme alla Torre di Celano ed i castelli di S. Potito e Ovindoli, consegna che non comporto la distruzione ma la modifica ("Serra super Caelanum firmatur") a favore dello svevo per controllare l'eventuale rinascita di un abitato celanese intorno alla Fontegrande.

Nel 1231, vista la loro pericolosità per lo svevo, dimostrata dagli avvenimenti conflittuali di quell'anno, furono per ordine dello stesso Federico II rase al suolo: "Serra super Caelanum firmata, jussu Imperiali dirutur" (Riccardi Chronica, anni 1221-1223-1231).

Dalla sommità della Serra, da cui si gode una splendida vista del Fucino e dei Monti della Magnola e Sirente, si possono ben individuare i vicini insediamenti fortificati di Celano, S. Potito, Ovindoli, Arano, Aielli, S. Iona e Paterno.


Gole di Aielli Celano

Le attuali Gole di Aielli-Celano erano in antico denominate Fauces e, nel medioevo, davano il nome ad un abitato Foce, ad un bosco e ad un torrente. All'imbocco sono i ruderi detti nel settecento di Castelluccio riferibili all'incastellamento medievale di Foce: si riconoscono, oltre alle mura di recinzione, i resti del borgo interno disposto su lunghe terrazze impostate su roccia. Nella parte alta, sul versante est, una porta ricavata nella roccia con base gradinata permette di raggiungere dall'esterno la torre-cintata sommitale composta da un recinto a pianta triangolare con resti di piccole cisterne interne. La torre, a pianta quadrata, e posta a rombo rispetto al pendio in modo da presentare gli angoli sulla fronte di eventuali assalitori provenienti dalla montagna o dal borgo sottostante.

Dai resti murari si evidenziano due fasi costruttive: una prima dell'XI-XII secolo ed altra successiva alle distruzioni federiciane del 1231. A questo abitato appartenevano ben sei chiese, S. Barbara, S. Donato, S. Marta, S. Pietro, S. Nicola e S. Maria posta nell'interno delle Gole sopra la Fonte degli Innamorati. Nel corso del trecento il paese divenuto proprietà dei monaci Celestini di Celano fu abbandonato a favore del vicino Aielli, ecco perché L'imbocco delle Gole, la selva del Cimitero e parte dell'abitato di Celano sono ora in territorio di Aielli. L'ingresso alle gole (detto nell'ottocento "Bocca di Castelluccio") e suggestivo, ma lo e ancora quando ci si inoltra nello stupendo e spettacolare canyon facilmente percorribile da maggio ad ottobre (vista la pericolosità per i periodi invernali e primaverili), dato il modesto dislivello di appena 250 metri su 4,5 chilometri di percorso dall'imbocco fino alla Fonte degli Innamorati.

Il canyon e stato creato dal lavorio millenario del torrente Foce che nel tempo ha separato il massiccio della Serra di Celano da quello del Sirente, creando le pareti altissime che raggiungono le centinaia di metri in altezza. A circa 600 metri dall'imbocco, sulla prima strettoia, si notano sulla roccia fori rettangoli per alloggiamento di travi relativi ad un ponticello ligneo che permetteva di superare, in primavera, un punto pericoloso per la caduta di acqua del torrente: più oltre, a circa meta del percorso, inizia la grande curva dove le pareti sono altissime e distano, in alcuni punti, circa 3 metri.

Arrivati al bivio per le "Fosse di S. Marco" si passa il torrente sulla sinistra ed a un centinaio di metri, sulla sinistra, si può osservare la caduta della "Fonte degli Innamorati" a quota 1029 (detta in passato "Spogna di S. Marco") che un tempo riforniva di acqua il sovrastante eremo di S. Marco.

Ritornando indietro sul bivio descritto in precedenza si inizia a salire e si raggiungono su un gradone a picco sul torrente i resti murari del monastero celestiniano di Sancti Marci in Fuce creato nel 1328 dai monaci dei Casareni di S. Marco di Aielli accanto alla vecchia chiesa di S. Maria intra Fauces (dopo chiamata S. Marco), grazie all'intervento del Conte di Celano Pietro Ruggeri (Pietrantonio l988, n. 62). Il complesso monastico e la chiesa rupestre si presentano allungati per oltre 50 metri sul gradone roccioso a strapiombo sulle Fauces con mura in opera incerta medievale. L'ingresso rettangolare (m. 1,80), privo di portale in pietra, e difeso sul lato sinistro da una "arciera" (sottile feritoia verticale, strombata internamente), mentre sopra il portale si notano le imposte di una finestra.

Nell'interno si riconoscono due ambienti comunicanti: il primo di passaggio, probabilmente porticato verso il torrente; il secondo impostato sulla parete rocciosa dove si notano ancora i fori rettangoli per l'alloggiamento delle travature del soffitto e del pavimento superiore, visto che il monastero doveva elevarsi per due piani. Il muro di divisione fra i due ambienti presenta una porta (m. 1,60) e una rientranza dotata di finestra larga 70 cm. Oltre il monastero termina sui contrafforti a gradone della chiesetta di S. Marco, chiesa rupestre con abside ricavato sulla parete rocciosa su cui si notano miseri residui di affreschi ed un gradone di fondo su cui si impostava la volta. Il monastero fu abbandonato nel 1396 quando i Celestini si trasferiranno a Celano nella nuova sede del Palazzo comitale dei Ruggeri (S. Michele Arcangelo) messa a disposizione nel 1392 dal Conte di Celano Pietro II.

Dai documenti successivi sappiamo che il monastero continuo a dipendere dai Celestini di Celano e quindi ancora parzialmente utilizzato. E' della fine del seicento 1'ultima notizia di utilizzazione della piccola chiesa, probabilmente ancora in buone condizioni, con l'abate di Rovere che pregava il vescovo dei Marsi di poter utilizzare il luogo sacro al fine "di celebrare in una certa cappella di S. Marco che fu sospesa per trovarsi in loco selvaggio, dove ho disposto questo popolo ad intervenire in processione" (Micati 1996, 212-214)


Il Castello recinto del Monte Tino

Probabilmente sul finire del X secolo, dopo le distruzioni dei Saraceni della vicina cella cassinese di S. Vittorino in Telle degli inizi dello stesso secolo, il Conte dei Marsi Berardo II costrui a quota 1161 del Mons Celanum, sopra l'antica curtis, il "castrum de Oretino"; una ristretta torre-cintata dove a meta dell'XI secolo fu residente il figlio del conte sopracitato, Pandolfo Vescovo dei Marsi.

Nella seconda meta dell'XI secolo il termine Oretino scompare per fare posto a Celanum, nuovo termine che evidenzia l'incastellamento, mente la costa rocciosa assume, nel tempo, il nome corrotto di Tino. Con l'eta normanna, nel XII secolo, sotto il Conte Rainaldo di Celano, la vecchia torre-cintata viene collegata al nuovo castello-recinto a pianta triangolare con torrette rompitratta che dalla quota 1161 scendeva fino a raggiungere la fons Aurea e la vicina chiesa di S. Giovanni.

Nell'interno si sviluppava l'abitato su terrazze degradanti sul pendio con edifici, cisterne e le due chiese di S. Bartolomeo e di S. Agata, abitato distrutto nel 1223 dal giustiziere svevo Enrico di Morra durante i conflitti fra Federico II e Tommaso Conte di Molise e Celano. Con la distruzione del 1223 termina l'occupazione del sito, ad esclusione delle fortificazioni superiori della Serra che verranno eliminate nel 1231. Si può attualmente visitare la località utilizzando la strada che dalla Madonnina sale verso S. Vittorino (vie Madonnina e Fontecieli), fermandosi sulla deviazione del locale Serbatoio Idrico: da qui si prende il sentiero che si inoltra nella pineta verso nord-ovest. Il sentiero, che ricalca la strada carraia antica, immette a meta dell'insediamento, probabilmente all'altezza di una delle porte.

Attualmente dell'abitato e delle mura rimangono scarse tracce: a mezza costa si nota un bel muro di terrazzamento in opera incerta medievale (largo cm. 75 e lungo 19 metri) con vicina lunga rettangolare cisterna voltata (14,10 X 3,50 m; alta 5,15 ) e torretta sul margine sud (campanile?) forse costruzione di una delle due chiese citate dal Corsignani nel 1738: "Era questo [Celano del Monte Tino] per la sua altezza quasi inespugnabile,...., con che dalla detta cima fino alla falda del Monte verso il Fonte di Oro stendevasi. La Chiesa di S. Bartolommeo che dimostra le antiche sue reliquie, era nel mezzo della Terra, e più sopra giaceva il forte Castello, del quale miriamo ora non senza dolore le vestigie nelle frante Mura vicino al disfatto Templo di S. Agata." (Ia, 461). Nelle vicinanze, sui limiti dell'abitato, si notano numerose torrette-rompitratta a forma di triangolo rettangolo, in modo da offrire il puntone ad eventuali assalitori frontali e attuare il tiro di fiancheggiamento sulle zone laterali.

Proseguendo a salire si incontra un altro alto muro incastonato fra escrescenze rocciose, riferibile al recinto del castrum sommitale (la "Turris Celani"), al cui interno sono i resti di due medie cisterne rettangole con coperture voltate ora in gran parte distrutte. Superata l'ultima cisterna ci si trova di fronte, da prima agli spezzoni di due grandi muri del recinto che si collegavano alla torre, e poi alle fondazioni della grande torre a pianta trapezoidale irregolare (m 8,40 x 5 x 7 e 7,30) composta da muri spessi m 1,60 composti direttamente sulle balze rocciose di quota 1161, ora segnata dalla grande croce di ferro. Alle spalle sono individuabili ben tre fossati (il primo dotato di ponticello in muratura) ricavati sui balzi rocciosi. Da questa torre si poteva comunicare visivamente con le fortificazioni sommitali della Serra e quindi con gli altri castra della Contea di Celano.


Monte San Vittorino

Poco prima di raggiungere la sommità dell'ampio gradone roccioso, su una parete di roccia posta vicino a "scalelle" ricavate nella roccia, e presente un frammento di affresco duecentesco incorniciato raffigurante S. Giorgio aureolato a cavallo ed armato di lancia nell'atto di uccidere il demonio sotto forma di drago: sul lato sinistro si legge la frase + bea(tus) Ge(orgi)i, mentre sotto le zampe del cavallo bianco, simbolo di purezza, le lettere as.

Dall'impostazione della ripartizione pittorica e intuibile che sulla destra doveva comparire un'altra figura, probabilmente S. Vittorino di Amiterno a cui la località era dedicata; nell'agosto del 1995 l'affresco e stato restaurato a cura dell'Associazione SportivoCulturale "Sportland Club" di Celano.

Superate le "scalelle" si arriva a quota 1250 dove sono appena visibili i resti di una porta a corridoio interno relativa all'insediamento fortificato marso dell'età del ferro: qui appaiono in superficie numerosi frammenti di tegole e frammenti di vasellame acromo che vanno dall'età arcaica fino al basso medioevo. Superato l'imbocco, sul piccolo colle sulla destra (quota 1324) si notano le fondazioni (larghe m. 2, 40) della recinzione che racchiudeva l'acropoli dell'insediamento marso, recinzione composta da medi blocchi di calcare posti a secco.

Il centro fortificato marso, di forma ovale con acropoli sul margine est, era di dimensioni considerevoli arrivando a comprendere nel suo interno ben 48 ettari. La valletta che si estende sul gradone roccioso fu descritta per la prima volta dal Febonio nel '600 con osservazioni che non si discostano molto dalla situazione attuale: trad. ital. = " Qui, sulla sommità, si apre un vasto pianoro, cinto, da ogni parte, da rupi, nel quale verdeggiano ricchi prati fecondati da sorgenti di limpidissima acqua, ove, senza pastori, si muove una grossa mandria di cavalli, giacche le rupi fungono da recinti. Per di più rimane chiuso come da una spranga, per cui li sopra, in estate, si aggirano oltre duecento cavalli." (Phoeb., III, 238).

Nel centro della valletta, in alto a quota 1370, si notano resti murari crollati e muri larghi di fondazione, probabilmente riferibili alla chiesa e monastero di Sancti Victorini in Telle o in Celano di cui abbiamo documentazione come "cella" (piccolo convento) dei monaci di Montecassino dal I'872 fino al 1137.

Dai Diplomi di Ugo e Lotario del 941 e 981 sappiamo che in precedenza la cella era stata distrutta da una incursione saracena e poi ricostruita grazie alle donazioni imperiali: da altri documenti sii ha la notizia che era una dipendenza della prepositura cassinese di Sancti Bc nedicti in Civitata Marsicana (S. Benedetto dei Marsi) e possedeva tutto il Monte di Celano ed i territori montani posti fra Celano e il Sirente ("Celle Monacesche") (Pietrantonio 1988, n. 63). Sul margine ovest e presente un fontanile con nelle vicinanze resti di edifici pastorali di età rinascimentale composti da grossi blocchi di calcare locale. Un altro sentiero ricavato nella roccia (non carrabile, ma sicuramente antico) si stacca da questo luogo a quota 1250 e con una serie di zigzag raggiunge la strada antica sottostante.